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"Sono nata a Milano in tempo di guerra. Mio papà era un giovane dirigente della Caproni, fabbrica di aeroplani, e mia mamma una spensierata signora di famiglia bellagina. Alla fine della guerra mio padre partì con tutta la famiglia per l'Argentina. Buenos Aires era una città multietnica e multiculturale, col fascino esotico di una colonia con una forte influenza europea e un'impronta organizzativa anglosassone.

Frequentavo un collegio lontano da casa, con un grande giardino. I metodi della scuola non erano autoritari né punitivi, e le suore che gestivano il collegio erano dinamiche e disinvolte: giocavano a pallacanestro con la tonaca. Le mie compagne erano tedesche, giapponesi, spagnole, cinesi e naturalmente argentine, ma in questa diversità nessuno era considerato 'straniero'.

A scuola avevamo una bellissima divisa: tutto il contrario dei vestiti ai quali ci obbligavano i miei genitori alla domenica e che venivano dall'Italia, regalo delle nonne. Per di più vestivano mia sorella maggiore e me nello stesso modo; mentre era per me fonte di orgoglio indossare l'uniforme della scuola come mille altre bambine, era invece un vero supplizio portare lo stesso vestito di mia sorella. Inoltre, i modelli risentivano ancora di un'impronta militar-fascista: cappottini di panno blu, gonne, giacchette, berrette e altre delizie che la nonna paterna faceva confezionare con amore nelle sartorie inventate per torturare i bambini della borghesia italiana.

Mi feci così una gran brutta idea dell'Italia, che per mia fortuna era lontana. Vivevo 'al campo', in una zona popolata più da cavalli che da persone, e l'orizzonte intorno a me era a 360 gradi. Giocavo molto, ma soprattutto disegnavo, e a scuola spesso mi chiamavano per fare illustrazioni sulla lavagna e per il ciclostile del collegio.