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La mia avventurosa e bellissima infanzia finì di colpo quando mio padre decise di tornare in Italia. Dopo il lungo viaggio di ritorno sulla nave con quattro giorni interi di cielo e mare, l'ingresso nel Mediterraneo mi sembrò un bagno in un catino di luce; ma il paese che trovai mi apparve piccolo e vecchio, un po' bigotto e con un clima fumoso e freddissimo. Parlo di Milano, ma anche del lago di Como, dei suoi gelidi inverni, del suono delle campane, della cupezza delle chiese barocche. Mi considerai una piccola esule in un paese di emigranti. Solo molto, ma molto più tardi cominciai ad apprezzare la cultura e l'arte italiana: la mia educazione era stata fino ad allora sudamericana.
Cosa c'entra tutto ciò con i vestiti? Tanto, tantissimo. L'uniforme della scuola argentina mi insegnò la libertà dell'uguaglianza, la facilità dell'autodisciplina, il fascino liberatorio del camminare a piedi nudi al mio ritorno a casa. I piccoli abiti sartoriali che riproducevano quelli dei grandi mi insegnarono quanto fosse brutta la costrizione e l'imitazione.
Ormai adulta, iniziai la mia carriera professionale presso una casa di maglieria, la Avon-Celli (che produceva le collezioni di Dior, Saint-Laurent e Ungaro) alle dipendenze di un anziano signore molto conservatore, il Commendator Celli, il quale mi insegnò tutti i segreti della maglieria con arcigna severità e palese disapprovazione per le mie minigonne, ma con una recondita ammirazione per la mia creatività.
Il 1970 coincise con l'inizio della mia 'terza vita' e della mia vera carriera professionale che ho raccontato per sommi capi nei capitoli di questo libretto. Furono gli anni dell'inizio dei miei viaggi verso l'oriente: Afganistan e poi Cina, Sud-Est Asiatico e Giappone, dove andai, dagli anni '80, per decine e decine di volte. Come nelle storie circolari di Borges (che il destino mi fece il dono di farmi incontrare, in treno, tra Nagoya e Tokyo), ritornai nel 1995 nell'emisfero australe, in Australia.
L'arrivo del nuovo millennio e la fine di un secolo come il Novecento, che ho avuto la fortuna di percorrere in parte, obbliga me, e credo molti della mia generazione, a riflettere sull'importanza del "fare" nella professione anche in rapporto al sociale. Ecco perché ho assunto un nuovo impegno, quasi una sfida: l'insegnamento ai giovani designer in Italia e all'estero, nella speranza di trasmettere e rivitalizzare idee che sembrano restare sempre 'di moda'."
(Testo tratto dal libro Moda Design di Nanni Strada, pubblicato da Editoriale Modo, Milano, 2000).
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